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Fisso il lampione sulla strada
attraverso i vetri dell’ultima stanza.

Quella potente fonte di luce e quel calore
attirano a se sciami di piccoli insetti,
che volteggiando impazziti,
sembrano recitare nell’aria argentata, il caos che regna nella mia mente.
Non possono che aver viaggiato all’interno del mio animo.
Si, tuffatori esperti intinti nella mia essenza,
ora beffardi mimi del mio sentore.

Danzano magneticamente.
Con asimmetria schizofrenica tessono tele
che intrappolano le mie riflessioni.

Medito taciturno sul loro comportamento.
Disorientato, come perso all’interno di un labirinto li osservo.
Essi sanno che avvicinandosi a quella fonte di luce,
moriranno per il troppo calore;
Eppure attratti apparentemente senza logica, svolazzando freneticamente
e col coraggio di soldati addestrati a perire, si avvicinano al lampione,
vanno incontro alla luce e al calore e poi precipitano nel fitto buio,
senza ali e senza speranza, come chi lanciatosi da un aeroplano,
sceglie di buttarsi senza paracadute.

Perchè lo fanno? Mi chiedo perchè!

Già! E te lo chiedi tu!?
Tu, che in certe danze e in codesti moti rivedi te stesso.
Tu, che puoi impantanarti in uno sguardo fuggiasco,
in dischiuse labbra fatte di petali di rosa,
in seni voluttuosi che a perfezione riempirebbero i palmi delle tue mani.
Tu, che sai sprofondare in amori fatti di ricordi andati,
di profumi vetusti, di lettere e lune ingiallite.
Tu, che la riempiresti di noncuranze e d’insulti,
se non fosse che l’amore che provi per lei va oltre ogni torto,
supera ogni delusione, perdona ogni fallo.

Già! Tu, che dovresti bandirla per sempre,
cancellarla dalle tue mani, dalle tue vene, dalle tue ossa,
e lei, che meriterebbe un ergastolo d’amore non corrisposto.

Oh, quanto t’ama piccola creatura! Quanto t’ama!
Ritorni con efficacia alla sua mente, sempre allo stesso modo: sorridente.
Si, i tuoi sorrisi l’abbagliano, lo scaldano e bruciano le sue ali,
così, come il grande lampione fa a quegli insetti dissennati e folli.

Dannazione quanto mancano le tue risate!
Le tue risate e i tuoi autoreggenti.

Distolgo lo sguardo da quell’intensa luce
e abbacinato immagino e penso in codesti termini:
“Ah, se fossi un’aquila! Me ne andrei in alto,
me ne starei al riparo, abiterei i luoghi del silenzio,
lontano dal dolore, distante dai sentimenti e dall’amore”.

L’amore…

Te l’avevo detto: “Ti avrò tutte le volte che vorrò”.
Dal finestrino di un treno, dal riflesso di una vetrina,
nel bianco di una pagina vuota o fosse anche dai vetri dell’ultima stanza.
Posso avvicinarmi a te, viverti, bruciarmi pelle e cuore
e senza paura alcuna arrivare a un passo dalla tua bocca,
per poi precipitare nel tunnel dell’oblio e del non possesso.

Sappilo, ogni volta mi farò forza e ce la farò.
Vincerò qualsiasi caduta e una volta in piedi,
scuoterò le vesti da fotografie strinate e annerite,
rimetterò un paio d’ali più aitanti, più vigorose,
più resistenti e mi avvicinerò a te, fino a toccarti.

Mia musa scellerata, un giorno non troppo lontano ritornerai da me;
Tornerai sui miei passi, poichè nel mio amore v’è l’amore 
e se é l’amore che vince sempre e su tutto, io sono già re.

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