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Non era previsto che stanotte scrivessi.
Non ci avevo affatto pensato.
E chissà perché, chissà per come,
mi sono ritrovato tra queste fogli,
come chi vagando senza meta,
arrivato ad un punto del suo tragitto,
si sente preda della stanchezza e del torpore
e cerca un luogo per riposare in sicurtà.

Conosco posti che sanno di casa mia.
Altri che somigliano al mio pagliericcio.
Ce ne sono alcuni che paiono il mio cuscino.
Ne ho visti altri che sanno di festa e di sole.
Ho chinato il capo in stanze calorose.
Ho sdraiato il corpo su morbidi fili d’erba.
A volte su finissima sabbia ho poggiato la schiena.
Mi sono addormentato in stanze sconosciute.
Ho pregato su federe che odoravano di ignoto.
Ho riposato su letti dalle lenzuola corte.
Ci sono state notti in cui ho desiderato
una coperta calda e sentito freddo ai piedi.
Altre in cui i nodi alla gola congelavano il respiro.
Ho vissuto nottate raggomitolato come un gatto.
Ho vissuto letti fatti di polistirolo.
Certi pieni di polvere e di foglie secche.
Alcuni fatti di pietrine e sabbia.
Altri di carta e di cartone.
Ho adagiato le mie ossa su materassi ricchi di cigolii.
Sono stato in camere piene di specchi.
In altre dalle mura marmoree e spoglie.
Ne ricordo alcune rivestite di qualunque cosa.
Stanze così basse da sbatterci la testa ad ogni risveglio.
Diverse così alte da far rimbombare i respiri.

Oh, posso ricordare senza sforzo alcuno,
tutte le notti in cui non ho dormito sul mio giaciglio.

Conosco un posto in cui posso ritrovare me stesso,
un luogo in cui posso cibarmi e dissetarmi, senza dover schiudere le labbra.
Uno spazio senza ticchettii, poiché lì il tempo non discende dal tempo.
Un posto dove la mia pelle diventa trasparente,
in cui posso scorgere il mio nero cuore
e ove con esso poter sincronizzare i miei aneliti.

Oh, posso ricordare senza sforzo alcuno,
tutte le notti in cui non ho dormito sul mio letto.

In nessun’ altra regione ho veduto pavimenti biancastri,
incisi di ricordi fatti di parole.

Conosco dimore che sanno di casa mia,
ma nessuna che ricordi il posto in cui mi trovo.
E’ qui che posso nuotare nell’aria, svanire, creare, divenire, ritornare.
Posso intendermi, consigliarmi, illuminarmi, annullarmi, inventarmi.

Non perdo mai nulla che non sia al di la dei miei taschini,
eppure qua cadono inquietudini, dolori e dissapori,
così, come cascherebbero gocce da un bicchiere ricolmo,
tra le mani di un bimbo che corre braccato dai suoi giochi.
Quelli del fanciullo che amo e conosco.
Come quelle lacrime che sanno sciogliermi e intenerirmi fino a perdonarmi.
Come quei sorrisi uguali a pugnali lucenti che possono annientarmi, vincermi.
Quegli sguardi che sanno punirmi e castigarmi per poi accogliermi.

Siediti qui, accanto a me.
Ho alimentato la fiamma e ora la coperta vicino al camino é calda.
Come posseduta da un incantesimo, dondola la sedia,
mossa dalla mano invisibile della sonnolenza,
pennella luci di qua e ombre di la, che ravvivano la stanza,
che altresì rimarrebbe vuota, ferma, muta.

Addormentati. Ti rivelerò una storia.
Fissando il pavimento, ti racconterò di quei posti fatti di pietrine,
polvere e sabbia, che sanno di cose di casa mia,
e che giammai saranno, come il mio rifugio.

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2 risposte a Il mio rifugio

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